Perché abbiamo paura dell’immigrazione?

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Di Francesca Muntoni

La migrazione umana è uno dei fenomeni più antichi del mondo, dalle epoche preistoriche fino all’età contemporanea, popoli, nuclei familiari o singoli individui si spostano da un’area geografia all’altra per svariati motivi. Oggi più che mai l’argomento dell’immigrazione è sempre più presente nella nostra vita quotidiana; se ne parla in TV, a scuola e per le strade, perciò ognuno è stato portato ad elaborare una propria opinione a riguardo. Spesso però la forma con cui vengono riportate le notizie, sia dai media che dai politici, agisce in modo da plasmare il pensiero comune, che diventa sempre meno obbiettivo. Per esempio alcuni slogan, usati dai politici come propaganda, vengono ripetuti così frequentemente da sembrare convincenti e accattivanti, ma soprattutto veritieri. Alcuni dei più gettonati sono :“è in corso un’invasione” e “il lavoro prima agli italiani”. Al di là delle opinioni personali, per analizzare un fenomeno sociale è fondamentale conoscere dati certi, per ragionare su fatti, non su frasi fatte.

Quello della sovrapposizione è un pericolo reale?

Si sente spesso parlare di invasione e sovrappopolazione, del fatto che l’Italia non possa più ospitare altri stranieri, nonostante la percentuale di immigrati in Italia sia pari all’8,5%. All’apparenza sembrerebbe un ragionamento sensato, ma non se si tiene conto del calo delle nascite e del tasso di mortalità. Secondo L’ISTAT infatti dal 2015 in Italia è in atto un declino demografico che ha portato a una diminuzione di circa 551 mila residenti in 5 anni. Il tasso di natalità dunque è in forte calo (nel 2018 i bambini iscritti all’anagrafe sono stati 439.747, 18.000 in meno rispetto all’anno precedente) e ciò contribuisce a un progressivo invecchiamento del Paese (il 23% della popolazione è composta da anziani). Di conseguenza, con l’aumento degli individui che vanno in pensione, ci sono sempre meno persone che pagano le tasse e quindi ci sono sempre meno soldi per sostenere il welfare. Dunque, grazie agli immigrati, che in genere arrivano in età lavorativa, l’invecchiamento del Paese viene rallentato e l’Italia in questo modo riesce a mantenere il sistema che altrimenti collasserebbe.

L’esempio del Giappone

Un esempio concreto di tale situazione potrebbe essere il Giappone, che per anni ha portato avanti una politica di “unicità etnica”, e che ora si trova a dover contare proprio sull’immigrazione. Il Paese si è trovato a dover affrontare un rapido invecchiamento della popolazione e un forte calo demografico, che hanno causato un’importante mancanza di manodopera. Secondo l’Istituto Nazionale Giapponese per la ricerca sulla popolazione, i giapponesi, che oggi sono circa 127 milioni, potrebbero scendere al di sotto del 100 milioni entro il 2050. Dunque i sistemi pensionistici e sanitari sono in forte difficoltà e il debito pubblico lordo in relazione al PIL è pari al 238%. Per far fronte a tale problematica, il Primo Ministro dimissionario, Shinzo Abe, ha dato il via a una serie di strategie e programmi di stimoli fiscali, ma nonostante ciò il Giappone non è riuscito a sfuggire alla trappola demografica. Prima di regolarizzare lavoratori stranieri, il governatore ha tentato altre strade alternative, come impiegare più donne e anziani in campo lavorativo e aumentare l’automazione. Il governo ora richiede alle aziende di oltre 300 dipendenti di pubblicare obbiettivi per l’assunzione di personale femminile, che deve essere incentivato a tornare a lavoro dopo aver avuto figli. Nel 2017 inoltre il governo ha annunciato che avrebbe investito 18 miliardi in un pacchetto di sussidi per l’assistenza agli anziani. In seguito a tali iniziative oggi in Giappone lavorano 2 milioni di donne in più rispetto a 5 anni fa, così come è impiegato in attività lavorative il 23% dei soggetti over 65. Nonostante i risultati positivi, tutto ciò non è bastato a risolvere il problema. Dunque, da aprile 2019, ha allentato la legge sul controllo dell’immigrazione attraverso la concessione dei visti a non giapponesi in cerca di lavoro in 14 settori che soffrono di carenza di manodopera. Oggi in Giappone vivono 2.7 milioni di stranieri, dei quali 1.5 milioni sono lavoratori.

Il problema del mercato del lavoro

A questo punto sorge spontanea una domanda: “ma se c’è tanto bisogno di giovani che lavorino, perché non si impiegano gli italiani?“

In realtà non esiste un solo mercato del lavoro dove tutti competono, ma si può dividere in 3 categorie principali in base alle abilità richieste:

  • Lavori ad alte competenze
  • Lavori a medie competenze
  • Lavori a basse competenze

Dato che i flussi migratori verso l’Italia sono caratterizzati in media da una bassa istruzione (il 53 % di loro ha al massimo la licenza media) , competono in genere per l’ultima categoria di lavori, che i giovani italiani rifiutano sempre di più. Come dichiarò Boeri, ex presidente dell’INPS: “l’Italia ha bisogno di aumentare l’immigrazione regolare, perché sono tanti i lavori che gli italiani non vogliono più svolgere”. Nel lavoro manuale non qualificato infatti ci sono il 36% dei lavoratori stranieri e l’8% degli italiani. Ma quali sono i mestieri che gli italiani non vogliono più fare?

Tra i settori maggiormente disertati ci sono:

  • Edilizia
  • Agricoltura
  • Allevamento
  • Panificazione
  • Pulizia
  • Sanità

I giovani dunque sono sempre più propensi a specializzarsi in lavori più retribuiti, rifiutando i lavori manuali. In questo modo non si crea un effetto competizione tra migranti e italiani.

In Italia tuttavia arrivano anche stranieri qualificati, con titoli di studio di terzo grado (diploma di laurea), ma il loro livello di scolarizzazione è altamente sottovalutato. Secondo l’OCSE i lavoratori stranieri, anche quelli più qualificati, sono più propensi ad accettare incarichi con salari inferiori rispetto alla media, che richiedono abilità e titoli di studio inferiori a quelli da loro in possesso. Perciò accade spesso che questi siano impiegati in lavori part-time che non richiedano competenze elevate. Tuttavia la presenza di stranieri qualificati non rappresenta un elemento negativo per il Paese, poiché, a causa della forte emigrazione da parte dei giovani italiani qualificati, in Italia ci sono molti settori scoperti, tanto da dover attingere proprio dall’estero. Il problema può riguardare piuttosto il sistema di regolamentazione e controllo, che permette il rilascio di stipendi miseri o contratti di qualifica inferiore per svolgere attività specialistiche.

Inoltre l’arrivo di figure professionali è evidentemente un elemento positivo per ogni comunità, poiché, venendo da una realtà diversa dalla nostra, offre la possibilità di conoscere in modo più approfondito anche situazioni diverse da quella del nostro paese, fornendo più punti di vista, che sono sempre utili in diverse occasioni.

Ma anche in questo caso entra in gioco lo sfruttamento: spesso le imprese private, con l’aiuto di normative di favore o carenze di controlli, cercano di assumere personale straniero con contratti sottopagati, proprio perché, come precedentemente accennato, gli stranieri, trovandosi in condizioni di maggiore vulnerabilità, sono più propensi ad accettare anche salari inferiori alla media.

Colonizzazione occidentale dell’Africa

Riprendendo l’argomento “invasione”, forse in pochi si ricordano del fatto che la colonizzazione dell’Africa da parte dell’occidente iniziò già nel XI secolo, per poi raggiungere il proprio apice nel XIX secolo, un periodo di “spartizione” del territorio africano fra i protagonisti Francia e Gran Bretagna, e fra i personaggi secondari Germania, Italia, Belgio, Spagna, Portogallo e Paesi Bassi. Con il pretesto della “missione civilizzatrice”, che tra l’altro nessuno aveva richiesto, le potenze coloniali si dedicarono allo sfruttamento delle molteplici risorse naturali che offriva il continente, processo ancora oggi in atto. Il sottosuolo africano infatti è ricco di diamanti, petrolio, oro e rame; e allora perché tutta questa povertà?

Le multinazionali occidentali (e ora anche la Cina) controllano la maggior parte delle ricchezze in Africa e creano una situazione di grave sfruttamento e disuguaglianza sociale. Il Sudafrica per esempio fino a pochi anni fa è stato il maggior produttore d’oro a livello mondiale, fino a che le sue risorse hanno iniziato a esaurirsi. I coloni, che per gli affari hanno un grande fiuto, hanno iniziato a contendersi la zona in questione, fino a scatenare la guerra anglo-boera, tra il 1899 e il 1902, durante la quale le due potenze si scontrarono per ottenere il dominio e quindi la possibilità di sfruttamento. Altro esempio è dato dalla Guinea, considerata il Paese col sottosuolo più ricco del continente, ma nonostante ciò il 73,8% dei guineani vive in condizioni di povertà e il 35,3% ha a disposizione l’equivalente di meno di 2 dollari al giorno. Il Pil pro capite è appena superiore ai 1.000 dollari. Come anche testimoniato da Yousef, arrivato a Villacidro da un piccolo villaggio contadino in Guinea, la situazione nel suo paese è economicamente in grave difficoltà, infatti, il suo unico obiettivo è quello di sostenere i suoi genitori in Africa. Nel suo paese vi è un insufficiente produzione alimentare, a causa della mancanza di formazione specifica, l’assenza di imprese moderne, difficoltà di accesso al credito agricolo e la dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento di vaccini, farmaci veterinari e mangimi. Secondo un’indagine congiunta FAO e WFP del 2013 solo il 7% della popolazione della Guinea gode di un’alimentazione adeguata.

Inoltre, nella gestione delle ricchezze vi è una fitta rete di governatori tra i quali si registra un alto tasso di corruzione, e che si può ricondurre alla colonizzazione.

In conclusione, la migrazione non è un fenomeno unilaterale, come inoltre ci ricorda il fatto che tra il 1861 e il 1985 hanno lasciato il Paese, senza farvi più ritorno, circa 18.725.000 italiani, e senza essere rifugiati politici. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato, e ha anche il diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio e di ritornarci; è sancito dall’articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Indubbiamente non si tratta di un fenomeno semplice da gestire, ma perché allora si continua a inveire contro chi arriva e non contro chi gestisce gli arrivi?

Secondo i dati precedentemente analizzati dunque, quello della sovrappopolazione non è sicuramente un pericolo imminente, anzi, l’Italia in questi ultimi anni si trova a dover affrontare il problema del calo demografico, e non de “l’invasione”. E la causa principale della disoccupazione degli italiani non sono gli immigrati, che al contrario sono impiegati in settori che senza di loro soffrirebbero di una mancanza di manodopera.

Ogni avvenimento sociale ha una causa e un effetto, considerare solamente i fatti recenti porterebbe ad un’analisi sommaria e inconcludente. È importante che ogni cittadino combatta in primis contro la manipolazione del proprio pensiero, contro gli slogan dogmatici che in pochi si preoccupano di approfondire. Abbiamo la possibilità di informarci e di ragionare, è un peccato sprecare questa possibilità per credere ciecamente a tutto quello che ci viene raccontato.

Riferimenti bibliografici:

Dati calo democratico e tasso natalità Italia : ISTAT

Dati calo democratico Giappone: Istituto Nazionale Giapponese per la ricerca sulla popolazione

Dati debito pubblico Giappone : Fondo Monetario Internazionale ( World Economic Outlook, October 2019)

Strategie politiche Shinzo Abe: Ministero degli Affari Esteri e della cooperazione internazionale

Dati sull’impiego di nuova forza lavoro in Giappone : Ministero della giustizia giapponese

Percentuale istruzione degli immigrati : Eurostat (2016)

Tasso povertà Guinea: Ce.Svi.Te.M. – Centro Sviluppo Terzo Mondo – Onlus

Percentuale alimentazione in Guinea: FAO e WFP

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