“Ho fatto chiudere io la Rellek”

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Intervista esclusiva col vero responsabile della chiusura della fabbrica di vettori aerospaziali Rellek

A distanza di quasi 5 anni dal clamoroso fallimento della Rellek siamo riusciti a metterci in contatto con uno dei sospettati della prima ora, decisosi a parlare dopo gli ultimi articoli pubblicati dalla stampa in cui lo scenario delineato vede invece la responsabilità della proprietà e la connivenza di numerosi attori esterni nei guai che hanno condotto alla chiusura di questo importante stabilimento.

Giornalista: Quindi sarebbe lei il vero responsabile del fallimento Rellek?
Intervistato: Senza ombra di dubbio
G: E come avrebbe fatto a mettere in ginocchio un’azienda con 500 dipendenti?
I: Mi sono insinuato nel fallimento grazie ad una perizia commissionatami dal Tribunale.
G: E lei da solo, con una semplice perizia, sarebbe stato in grado di tenere testa a proprietà, organizzazioni sindacali, governo sardo, Ministero dello sviluppo economico e svariati politici tra cui diversi onorevoli? Mi pare poco credibile.
I: Guardi, le garantisco che è così, altrimenti non sarei qui a parlarne.
G: Mi risulta che un tribunale non può assegnare compiti a soggetti di parte, cioè lei era un dipendente della Rellek e non poteva svolgere alcuna attività per il tribunale.
I: Ma questo era stato scritto a chiare lettere anche sui giornali.
G: Beh, magari era stata riportata una dichiarazione di qualche sindacalista. Piuttosto, lei di cosa si occupava in fabbrica?
I: Ufficialmente non avevo un incarico preciso, diciamo che non facevo niente, mi giravo i pollici.
G: Come sarebbe si girava i pollici?
I: Chieda in giro se non mi crede, può avere questa conferma da alcuni ex colleghi ben informati e sicuramente da qualche rappresentante sindacale.
G: Ma se lei si girava i pollici, che interesse aveva a far chiudere gli stabilimenti?
I: A questa domanda dovrebbero saperle rispondere gli stessi ex colleghi e i rappresentanti sindacali.
G: La società ha accumulato debiti per quasi cento milioni di euro, quindi qualcuno si è messo in tasca un bel po’ di soldi scappando poi col malloppo. L’ex direttore generale nell’ultimo periodo, nonostante i guai finanziari, girava addirittura con una Porsche Cayenne acquistata, pare, a nome della società. Lei, anche se non faceva niente, ha perso il lavoro e continua a girare con una macchina sgangherata.
I: Non capisco dove vuole andare a parare.
G: Dico, mentre qualcuno si dava alla pazza gioia e prelevava a piene mani dalla società e dai fondi pubblici, lei per anni, assieme a qualche giornalista “prezzolato”, ha continuato a denunciare le irregolarità dell’azienda, tirandosi addosso gli strali di politici, sindacalisti, ex colleghi e persino certa stampa, al solo scopo di far chiudere l’azienda?
I: Se questo è quanto sono state capaci di bersi molte persone non vedo perché non debba berselo pure lei.
G: Ma non le sembra un racconto inverosimile? Solitamente si agisce in direzione esattamente contraria: si chiede ai dipendenti di non protestare e alla stampa di rimanere in silenzio con la scusa di lasciar lavorare serenamente proprietà, organizzazioni sindacali e politica, così da non spaventare gli investitori con cui portare avanti le trattative utili alla risoluzione dei problemi. In questo modo la situazione può precipitare senza clamori e quando si arriva al dunque non c’è più niente da fare.
I: Fantasie. Se lei alza la voce gli investitori si spaventano davvero. Se sta in silenzio, invece, quelli mettono i soldi senza nemmeno verificare la solidità dell’azienda nella quale stanno investendo.
G: Qualunque società seria esegue i dovuti controlli prima di rischiare dei capitali. Chi sarebbe l’allocco che investe in una società così malconcia?
I: Forse nel suo mondo potrebbe essere così. Ma da queste parti la fantasia non ha limiti, altrimenti non si spiegherebbe perché ci sono sindacalisti e politici che hanno scalato i vertici delle organizzazioni e delle istituzioni pur avendo collezionato solo fallimenti. Quindi, faccia il favore, si limiti alle risposte senza badare troppo alle domande.

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