Fabio Aru, la favola del ragazzo di Sardegna

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Fabio Aru, da Villacidro, un puntino dentro la Sardegna più autentica, ad Astana, la mega capitale dei petrolieri kazaki, fino al Giro d’Italia.

Non è l’Odissea di un novello Ulisse, ma la favola, in sintesi, di un ragazzo di Sardegna che, un bel giorno, s’innamorò di una “ragazza” a due ruote e non l’ha più lasciata. «Avevo quindici anni, una passione sempre coltivata questa, ma mai ci avevo creduto veramente. Finché, le prime corse sono arrivate grazie anche all’aiuto di un amico, Giancarlo, al quale sono molto legato, proprio perché la mia passione per la bici è cominciata più o meno con lui».

Maturità classica: nel bagaglio di Fabio Aru, che per la prima volta, sta per prendere parte al Giro d’Italia, ci sono i quaderni di scuola, le tante cose imparate sui libri, a proposito di un paese che, visto dalla Sardegna, era già un mito per la sua lontananza.

Ma, a proposito di miti, la Napoli di Fabio Aru, quella studiata al liceo classico, riporta a Partenope: un ibrido di gentilezza umana e di belluinità animale con il volto di una fanciulla (vergine) connesso al corpo di un uccello. In questa fantasia sono racchiusi molti simboli che rinviano agli elementi primari della Natura: il cielo, la terra, l’acqua, il sottosuolo. Vivendo tra le rocce e tra i boschi lungo le coste del mare, Partenope aveva tentato invano di sedurre Ulisse, propinandogli con la dolcezza del suo canto l’inganno della rappresentazione idilliaca del passato. «La storia e i miti dell’antica civiltà greca, quelli che preferisco e che mi sono rimasti nel cuore».

Gli studi classici restano nel cassetto della memoria, ora Fabio Aru è un corridore, corridore vero, di quelli che non hanno paura della fatica: un ragazzo con la valigia, partito da Villacidro per approdare nel Nord Italia. Destinazione, ciclismo. «Dopo le superiori decisi di partire, fu un momento durissimo. Per me e per la mia famiglia, ho fatto molti sacrifici che ora cominciano a essere ripagati».

Ragazzo con la valigia, come Nibali, partito invece da un’altra isola, la Sicilia, qualche anno prima di lui: «Fa un certo effetto correre con Vincenzo. Fino a pochi anni fa, tifavo per lui. Ora è il mio capitano: per il Giro. Un sogno che si avvera».

Il piccolo Aru, però, è cresciuto col mito di Pantani: «L’unico che ha veramente incantato tutta l’Italia, l’intero paese, in ogni regione. Ed era il mio mito sì».

Prime corse nel Campidano, non lontano dalla sua Villacidro che, secondo un’antica tradizione, era il paese delle streghe: ma Fabio Aru era più veloce di tutte le streghe, più forte di qualsiasi paura. In bicicletta da corsa e su tutti i terreni: in mountainbike e nel ciclocross. Fino alla scelta, «destino di noi nati sull’isola», di fare la valigia e partire: dapprima con il ciclocross, accudito da un bolognese, Andrea, poi ha cominciato a “far sul serio”, in Nazionale nel 2008. Infine, su strada, con Olivano Locatelli.

«E ora, il Giro d’Italia», sospira Aru, accanto al “suo” capitano, un siciliano. Quel Nibali che seguiva alla tivù qualche anno fa. Piazza Plebiscito è in festa, Napoli abbraccia il Giro: emozione e tensione da primo giorno di scuola. In mezzo al gruppo, uno tra i più grandi talenti degli ultimi anni si appresta a iniziare qualcosa d’importante. Al di là del risultato, Aru questo Giro lo sente dentro, come la favola faticosa di ogni ciclista che se lo immagina per anni, davanti alla tivù. E poi, dentro a quella tivù, c’è lui. Al Giro, dentro l’Italia: che è ancora così lontana da Villacidro…

Articolo tratto da Cyclemagazine.it

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2 COMMENTI

  1. Fabio Aru sta dimostrando che si possono conseguire importanti traguardi, specie se sono desiderati da spirito di sacrificio e da tenace volontà. I giovani dovrebbero seguire il suo esempio, non solo nello sport ma anche nello studio e nel lavoro, ascoltando bene le passioni sane che pulsano e poi scegliere la più travolgente. Grazie Fabio, meriti la gratitudine degli sportivi fieri di te e gli auguri per continuare con passione i prossimi impegni da professionista.

  2. Condivido quanto espone Sergio nel post precedente e aggiungo che troppo spesso i mass media non hanno tempo per raccontare storie positive come quella di Fabio e di tante altre. La rincorsa esasperante per aumentare gli indici Auditel portano gli autori di programmi televisivi a rincorrere le notizie frivole e di cronaca nera. Ecco perché è giusto parlare e raccontare la scelta che ha fatto Fabio , scegliere di fare il ciclista, una delle discipline sportive tra le più dure che ancora oggi è capace di racchiudere quel non so che di “leggenda e di impresa”, che ancora oggi appassiona tantissime persone. Peccato che negli ultimi decenni, la sete di vittoria a tutti i costi, ha visto un ciclismo coinvolto in un susseguirsi di scandali generati dall’uso del doping, dando un’immagine negativa di questo bellissimo sport, c’è bisogno di veri atleti e veri campioni affinché il ciclismo riprenda la sua storia, fatta di uomini veri e di epiche imprese. Bravo Fabio, la strada del professionismo è appena iniziata ma la tua passione per la bici, il coraggio che hai avuto nell’allontanarti dai tuoi affetti e dal tuo ambiente, sono dei sani ingredienti che ti accompagneranno nella tua avventura nel mondo del ciclismo. Auguri sinceri. Marco Leo

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